LE UOVA FABERGÉ DISPERSE

LE UOVA FABERGÉ DISPERSE

Tra il 1885 e il 1917, Peter Carl Fabergé produsse un totale di 52 uova di Pasqua gioiello per gli zar. Conosciute come uova Fabergé, delle 52 uova imperiali originali ne sono rimaste solo 45. Che fine hanno fatto le altre sette? Si tratta di un mistero che fa discutere il mondo dell’arte da anni

perso e ritrovato

I Fabergé erano di discendenza ugonotta e furono obbligati a lasciare la loro nativa Piccardia quando l’Editto di Nantes fu revocato nel 1685. Come vittime di persecuzioni religiose, avevano attraversato l’Europa orientale, e molti anni dopo Gustav Fabergé, il padre di Carl, nato a Pernau nel 1814, aprì un piccolo laboratorio in un seminterrato a San Pietroburgo come gioielliere ordinario nel 1842.

Peter Carl Fabergé, il cui lavoro ci interessa qui, nacque nel 1846. Suo padre si era assicurato che ricevesse la migliore educazione possibile, che includeva visite a tutti i principali musei e collezioni d’Europa. Si dimostrò uno studente eccezionale che diventò sempre più attratto dall’arte dell’orefice. Nel 1870, all’età di soli ventiquattro anni, accettò la responsabilità di dirigere l’azienda in modo che suo padre potesse ritirarsi. Animato dall’entusiasmo, Carl Fabergé portò a una silenziosa ma decisiva rivoluzione nelle arti applicate della Russia. Questo fu il risultato della sua convinzione fondamentale che il valore di un’opera d’arte risiede nell’ispirazione del suo design e nel merito della sua maestria e non nel costo degli ingredienti impiegati nella sua produzione. Questa filosofia rappresentava un completo ribaltamento di ciò che era avvenuto prima nella Russia imperiale, dove l’ostentazione e lo splendore dell’effetto avevano avuto la precedenza su ogni altra considerazione. Sir Roy Strong, direttore del Victoria & Albert Museum di Londra al tempo dell’esposizione di Fabergé del 1977 in occasione del Giubileo d’Argento della Regina, scrisse il seguente tributo nel catalogo dell’evento: “Fabergé è quasi l’ultima espressione dell’arte di corte all’interno della tradizione europea che porta con sé una convinta passione per l’importanza della maestria e dell’inventiva del design, unita a una celebrazione delle virtù dell’ingegno e della fantasia applicate agli oggetti di uso quotidiano, che ha ancora rilevanza per il design di oggi.”

Come risultato di una felice serie di eventi, sono emersi due dei libri di design originali raccolti dai laboratori di gioielleria di Fabergé a San Pietroburgo; più specificamente, si tratta dei libri di Albert Holmström, che registrano, a quanto pare, ogni gioiello realizzato dal 6 marzo 1909 al 20 marzo 1915. Albert aveva preso il controllo dei laboratori nel 1903 dopo la morte di suo padre, August Wilhelm Holmström, che li aveva precedentemente gestiti. Ulteriori preziose informazioni emersero come risultato di conversazioni e corrispondenza con Ulla Tillander-Godenhielm di Helsinki.

Poco prima della Pasqua del 1885 lo Zar Alessandro III (padre dell’ultimo Zar Nicola II) commissionò a Fabergé un uovo di Pasqua ingioiellato come dono per sua moglie Maria Feodorovna.  L’uovo misurava solo 64x35mm, ma era magnifico: un guscio in smalto bianco si apriva rivelando al suo interno un tuorlo d’oro, che a sua volta conteneva la miniatura di una gallina d’oro con occhi di rubino. L’oggetto fu riconosciuto da subito come un’opera d’arte della gioielleria mondiale e la zarina rimase incantata dal prezioso regalo, che divenne il primo di una lunga serie: Alessandro III decise infatti di farla diventare una tradizione e Fabergé fu nominato gioielliere ufficiale della Corte Imperiale. Anche dopo la sua morte il figlio Nicola continuò a commissionare al grande gioielliere le uova, piccoli scrigni di miniature realizzate a mano, ognuno contenente una sorpresa unica e stupefacente.

A condizione che ci fosse una sorpresa all’interno di ogni uovo, l’orafo poteva sbizzarrirsi a piacimento, dando prova di incredibile creatività e maestria e realizzandone di sempre più elaborate. Il segreto di Fabergé per ottenere la loro straordinaria lucentezza era l’applicazione fino a sette strati di smalto, che cuocevano diverse volte fino ad 800 gradi. Una volta definito il progetto, per la realizzazione di un uovo occorreva un intero anno di lavoro di un’equipe di artigiani.